LAYLA:
Il mio rapporto con il perdono è cambiato profondamente nel corso degli anni.
Da bambina ero famosa per il mio rancore. Chi mi faceva un torto veniva punito con ore, a volte giorni, di silenzi ostinati e sguardi torvi.
Poi, un giorno, la vita mi ha colpita con una prova durissima e il mio modo di vivere il perdono è cambiato radicalmente.
All'improvviso la fragilità della vita mi è apparsa in tutta la sua evidenza. Quell'esperienza mi ha costretta a rivedere molte delle mie posizioni più rigide e a ridimensionare tante cose che prima consideravo assolute. È stato l'inizio di una ricerca che continua ancora oggi: una ricerca di equilibrio, di comprensione, di empatia e di compassione.
Come molte delle parole scelte da Whyte, anche il perdono è un concetto immenso, che può essere esplorato da infinite prospettive. Whyte si concentra soprattutto sul perdono tra due persone e ne parla con la profondità e la vena poetica che caratterizzano la sua scrittura
Eppure - mentre leggevo questo capitolo, il pensiero tornava continuamente a un'altra forma di perdono: il perdono verso sé stessi. Un tema che Whyte non affronta direttamente, ma che per me si è imposto quasi naturalmente. Forse perché il cammino verso il perdono di me stessa è stato uno dei più difficili, ma anche dei più arricchenti, che abbia affrontato.
Possiamo davvero perdonare gli altri senza aver prima imparato a perdonare noi stessi? Possiamo accettare la fragilità umana negli altri se non siamo capaci di accettarla in noi?
Forse ognuno darebbe una risposta diversa a queste domande.Per quanto mi riguarda, da quando ho imparato a perdonarmi, è cambiato profondamente il mio modo di vedere gli altri e di relazionarmi con loro. Mi ha permesso di amare in modo più pieno e generoso e di allentare quegli standard impossibili e quelle aspettative irrealistiche che per tanto tempo avevo imposto a me stessa e agli altri.
Nella mia mente, il perdono ha la forma di una ruota. A volte ci troviamo nella parte alta, quando siamo noi a concedere il perdono; altre volte nella parte bassa, quando siamo noi ad averne bisogno. Nessuna delle due posizioni è particolarmente comoda, ma entrambe sono necessarie se vogliamo mantenere il cuore aperto e la coscienza leggera.
PATRIZIA:
Il perdono è un concetto che apprendiamo e pratichiamo dall’infanzia. È familiare a tutti, ma evolve in modo diverso in ciascuno influenzato da contesti, esperienze e tendenze caratteriali. Dobbiamo averlo sempre a portata di mano, il perdono. La natura umana è talmente fallibile da determinare un costante bisogno di darlo o riceverlo.
Per me, il perdono è la rinuncia del desiderio, fomentato dal risentimento, di vendicarsi del torto subito o perché l’amore che si prova per chi ha ferito è più forte della sofferenza inflitta, o perché si comprendono le motivazioni del gesto. Concordo con Whyte che perdonare non significhi dimenticare, né dovere ripristinare lo status quo ignorando la voce del proprio istinto di autoprotezione. Dissento, invece, dalla logica seguita per esortarci a elargire il perdono fin da subito come gesto di generosità verso noi stessi e verso gli altri, nella convinzione che il tempo farà la sua parte portandoci inevitabilmente a comprendere e a perdonare emotivamente.
Il tempo sarà forse il più grande guaritore, ma non lo è per tutti e non nella stessa misura. Se accettiamo l’assunto che il tempo porti alla comprensione e la comprensione al perdono, sosteniamo in essenza che sia il tempo a portare automaticamente al perdono, svilendo la volontarietà del processo. Non è il tempo a perdonare, ma il nostro animo. Affrettare il perdono può avere effetti destabilizzanti perché nega il tempo necessario a farsi carico di tutto il peso della sofferenza e della portata delle ripercussioni interiori.
Tanto più grave il torto, tanto più perdonare non può ridursi a un atto, ma richiede un processo fatto di passi avanti e indietro, la cui durata e complessità dipendono da chi ha inflitto la sofferenza, dal grado di sofferenza subita, dalla consapevolezza con la quale è stata inferta, dalla capacità di chi l’ha inferta di comprendere le conseguenze delle proprie azioni contemporanee e successive all’atto, nonché dalla volontà di espiare e di non ripetere.
Il perdono in assenza di pentimento è possibile, ma è spesso un processo più laborioso che apre un unico varco, restituendo solo a chi lo concede la possibilità di riprendere il controllo della propria vita, ponendo fine alla tortura inflitta dai sentimenti di rabbia, risentimento e vendetta.
Il perdono in presenza di pentimento apre varchi ben più ampi che possono portare a una vera riconciliazione, al ripristino della fiducia e a una profonda comprensione reciproca.
La chiave per perdonare nel profondo sta proprio nel rifiuto di affrettare il perdono, nel non cedere alla tentazione di manifestare nell’immediato una supposta saggezza o nobiltà d’animo. Elaborare la sofferenza richiede il coraggio di affrontare il difficile percorso che può portare a chiudere il dolore e tirare avanti, o ad accettarlo e a dissociare emotivamente il torto subito da chi lo ha commesso per fare posto alla clemenza, senza la quale non possiamo sperare di comprendere e di perdonare realmente né noi stessi né gli altri.
BRUNELLA:
Perdono.Una parola bellissima che contiene amore, empatia, fiducia, umiltà, generosità…
Perdonare è un atto volontario tra i più difficili da compiere: un percorso complesso, un sofferto processo interiore pieno di “se” e di “ma”.
Si può essere capaci o incapaci di perdonare e il perdono può essere totale o parziale e può arrivare subito o dopo molto tempo.
Whyte mette in risalto gli effetti benefici del perdono e ci dice che per perdonare dobbiamo sviluppare una nuova identità ponendoci “in un campo gravitazionale di esperienza più vasto di quello in cui ci sembra di essere stati schiacciati all’inizio”. Una identità che ci rende più grandi, più maturi, più comprensivi, tanto da rivedere l’offesa ricevuta in una nuova prospettiva fino a immedesimarci in chi ci ha offeso.
Dunque il perdono è un’occasione per diventare una persona migliore perché ci spinge a fare i conti con noi stessi e con la nostra vulnerabilità.
Il perdono ci ricorda che nelle profondità insondabili dell’essere umano convive una densità sconosciuta di bene e di male che influenza i rapporti interpersonali. Poiché ognuno di noi è fatto a modo suo e interpreta a suo modo i fatti e reagisce a suo modo nel rapporto interpersonale, non sempre si riesce a instaurare un’intesa amichevole.
Non sempre riusciamo a dare il giusto valore agli altri e a volte non ci accorgiamo di averli feriti.
I conflitti relazionali avvengono anche in famiglia e sono dolorosissimi e distruttivi. E questo accade perché non siamo capaci di accettarci reciprocamente per come siamo fatti senza sentirci vittime o carnefici.
Può succedere anche di essere male interpretati causando involontari risentimenti, come è accaduto a me con una persona permalosa, sospettosa, diffidente, costantemente all’erta e sulla difensiva.
Io ho fatto un lungo percorso di “costruzione” di me stessa e della mia vita: oggi sono una novantenne capace di giustificare e perdonare abbastanza rapidamente. Il tempo in cui ho vissuto e i valori che mi sono stati trasmessi in famiglia e a scuola, uniti alla mia indole buona, mi hanno reso la persona che sono: aperta, comprensiva, disponibile.
Ai miei tempi la scuola era luogo non solo di formazione culturale, ma soprattutto di crescita. Quasi obbligata la lettura di Cuore-il libro dei buoni sentimenti, e grande importanza veniva data alla figura di San Francesco, il ribelle contro le convenzioni sociali, mite, umile, pietoso frate che amava i nemici e pregava per i persecutori.
Anche per l’educazione e per gli esempi ricevuti ho detto NO all’orgoglio, al sentimento di superiorità e a ogni forma di aggressività come possibili veicoli di risentimento e di rancore.
Il perdono non cancella, non fa dimenticare l’offesa, anzi la ripropone per poi farcela “digerire” e non va visto come un atto di debolezza ma di forza. Inoltre si perdona ma si è anche perdonati.
Sono convinta che il perdono ci renda migliori e giovi alla nostra salute: è un dono prezioso per vivere sereni e in armonia.
Ma di fronte a raggelanti fatti di violenza la mia propensione al perdono vacilla e la mia disponibilità si carica di prudenza. Con rammarico mi pongo la domanda se sia giusto perdonare chi non lo merita e se si può indulgere davanti alla crudeltà.
Si può se si vuole veramente perdonare, si può se il tuo humanum ti fa amare l’altro come te stesso.
Il perdono è un atto di volontà che trova radice nel cuore e nella mente ed è un atto di liberazione per chi lo compie.
Non dobbiamo mai dimenticare che spesso chi fa il male ha bisogno solo di aiuto.

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