Settimana 1: CONOSCERE SE STESSI

By 30-60-90

LAYLA:
Mi è piaciuto questo capitolo: ha dato una nuova prospettiva a un’idea già molto battuta (che non possiamo mai conoscerci davvero). A volte mi chiedo se valga la pena provare, visto che ciò che immaginiamo immaginiamo di diventare viene inevitabilmente superato da davvero finiamo per essere.
Ma allora, una vita senza la ricerca della conoscenza di sé sarebbe davvero appagante? La curiosità che ci spinge su questa strada arricchisce spesso il modo in cui ci relazioniamo con gli altri e con il mondo.
Suppongo che il trucco stia nell’accettare che stiamo cercando qualcosa che non troveremo mai — ma riconoscere comunque quanto prezioso e utile sarà il viaggio.
Forse parte della nostra resistenza a guardare dentro di noi nasce dalla paura di ciò che potremmo trovare. Quella oscurità può spaventare, ma credo che affrontarla ci avvicini agli altri. Ci insegna che l’unica cosa che ci separa è la circostanza: è sconvolgente ammettere che tutti saremmo capaci di gesti estremi, come l’omicidio, in certe condizioni(dopotutto, cosa non faremmo per proteggere una persona amata?).?).
Forse invecchiare significa rendersi conto che la conoscenza di sé non è pienamente raggiungibile. Bisogna lasciar andare le etichette rigide con cui ci siamo marchiati — scrollarsi di dosso il “sono il tipo di persona che…” — e accettare che, così come gli altri ci sorprenderanno nel corso della vita, anche noi stessi ci sorprenderemo. È liberatorio, e al tempo stesso un po’ spaventoso, perché richiede di entrare nel nostro potere e di abbracciare un’energia senza limiti. Gli esseri umani amano le strutture e le storie — inizi e fini. Questo modo di pensare ampio e libero non si adatta a schemi precisi — ma cosa succederebbe se ci ci lasciassimo andare? Dove potrebbe portarci?
C’è anche un elemento di rinuncia all’illusione che un altro possa conoscerci pienamente. Come potrebbe essere possibile, se noi stessi non ci conosceremo mai del tutto? Sì, forse è un pensiero solitario, ma almeno è qualcosa che attraversiamo tutti — separatamente, ma insieme.

PATRIZIA:
Il concetto espresso nel “gnothi seauton” dalla filosofia greca in poi si presta a più interpretazioni.
L'esortazione a conoscere sé stessi può riferirsi alla necessità di prendere coscienza della natura finita e limitata dell'essere umano, per contrastare il delirio di onnipotenza ed eternità che sussiste in molti ed emerge in alcuni, con conseguenze devastanti.
Conoscere sé stessi è quindi un invito ad assumere piena consapevolezza dei propri limiti, della propria fragilità e inerente imperfezione, degli invalicabili confini che segnano la nostra natura, a dispetto dell’idea che l’universo del possibile umano abbia come unico limite la nostra immaginazione e che sia, pertanto, virtualmente infinito.
In questo senso, la conoscenza di sé stessi è non solo raggiungibile, ma indispensabile, perché grazie a questa consapevolezza ogni tentativo di ampliare i nostri confini avverrebbe all’insegna dell’umiltà e della cautela, del rispetto di un equilibrio che sappiamo essere tanto essenziale quanto fragile.
Lo stesso concetto, riferito alla conoscenza della propria interiorità, è forse più complesso. Concordo con l’autore sull’idea di un divenire continuo che rende difficile, forse impossibile, capire realmente chi siamo. Tuttavia, non sono d’accordo sul fatto che questa ricerca non sia “interessante”, perché “la metà del nostro essere consiste in potenzialità” che, seppur espressa, lascia solo spazio a nuove potenzialità in un circolo che termina solo con la fine di noi stessi. Personalmente trovo, invece, molto interessante studiare me stessa, esaminandomi nelle situazioni quotidiane e rianalizzandomi in eventi passati per cercare di comprendere le emozioni e sensazioni che hanno motivato certi miei comportamenti. Mi interessa capirmi e conoscermi, per quanto possibile, perché vedo in questo un modo di crescere e migliorare.
Mi studio, quindi, nonostante sia consapevole che i risultati che ne traggo sono, nel migliore dei casi, relativi e, nel peggiore, inattendibili, in quanto dipendenti da variabili assegnate dalle circostanze e sulle quali esercito un controllo nullo o limitato. Ne deriva che la mia idea di me stessa vale in contesti noti, ma non in contesti nei quali non mi sono messa alla prova.
Questo spiega la spinta che mi ha spesso portata a fare salti nel buio, a esperire nuovi contesti e a dare decise svolte alla mia vita per conoscere meglio me stessa e comprendere meglio gli altri.
Da questa comprensione discende un inevitabile senso di avvicinamento agli altri, empatia e, in ultima istanza, amore.
Per vie diverse, dunque, le mie riflessioni pervengono alle stesse conclusioni espresse dall’autore: ciò che conta è capire che, pur nella nostra natura individuale, facciamo parte di un tutto in divenire, che potremmo essere non solo ciò che vorremmo, ma anche ciò che non vorremmo e, in questa convinzione, scoprire un profondo senso di umiltà e gratitudine.

BRUNELLA:

Conoscere se stessi.
Whyte dice che non è del tutto possibile, perché una metà di noi è nascosta o inespressa e perché siamo un atto del divenire. Ci definisce una frontiera tra il noto e l’ignoto. La speranza che un essere umano possa conseguire una completa conoscenza di sé è una fantasticheria, una chimera.
Tu mi chiedi — e ti chiedi —: “Se non possiamo mai arrivare a conoscerci, è inutile anche provarci?”
La nonna ti risponde così: “Anche se è un’illusione, è una bella illusione, e lasciamo che ci accompagni nel nostro cammino.”
Non esiste una conoscenza definitiva di sé stessi, ma solo una ricerca di chi siamo — o, meglio, di come viviamo. E non è una ricerca sterile, perché ci fa scoprire i nostri limiti, ma anche le nostre potenzialità.
Ciò che conosciamo di noi sono alcuni tratti che ci caratterizzano. Conosciamo i nostri pensieri, i sentimenti, le emozioni, le tensioni, le contraddizioni, le amarezze, i disorientamenti, la forza e le debolezze, le speranze e il disincanto…
La domanda che dovremmo porci non è chi siamo, ma come conduciamo la nostra esistenza. E dobbiamo saperci accettare, desiderando però di diventare migliori.
Inoltre, noi siamo anche come ci vedono gli altri e riusciamo ad assumere molte identità, perché l’io non è chiuso in sé stesso, ma proiettato verso l’esterno, che a sua volta lo modifica. Whyte ci ricorda che la conoscenza non è trasparenza (cioè come ci mostriamo agli altri): la conoscenza è un processo di scoperta, mentre la trasparenza è un atto di rivelazione.
A novant’anni, quante domande mi pongo ancora! Ho dato il giusto valore alla mia vita? Ho svolto al meglio il ruolo di figlia, di insegnante, di moglie, di madre e di nonna? Ho dato abbastanza di me agli altri?
Il giorno in cui affonderò nel sonno senza risveglio lo farò con il rammarico di non aver avuto delle risposte. Ma la vita acquista interesse e bellezza anche per questo: tanti dubbi e nessuna certezza.
Il “Conosci te stesso” di Socrate per me significa: scopri i tuoi limiti… e non piangerci sopra.

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