Settimana 15: ASSESDIATI

By 30-60-90

LAYLA:
Questo capitolo mi ha colpita parecchio, perché è uno stato in cui mi trovo spesso.
Quando ho finalmente un po’ di calma, senza progetti in corso, invece di godermela vado in ansia e mi incastro nei soliti pensieri: lavorerò mai di nuovo? Riuscirò a essere stabile economicamente? Avrò occasione di condividere quello che amo davvero — e, se sì, interesserà a qualcuno?
E poi, quando sono immersa proprio in quei progetti che nascono da queste paure… fantastico di scappare. Una vita sperduta in montagna: sveglia all’alba, orto, camminate infinite, solo natura e silenzio (e magari un paio di gatti).  
Quando l’agenda si riempie troppo, anche di cose che ho scelto io, che voglio fare,una parte di me vorrebbe cancellare tutto e rifugiarsi nel primo bosco.
Sto cercando di capire da dove viene questa contraddizione: insoddisfazione? O sopraffazione? È una sensazione comune, ma forse per ognuno di noi ha radici diverse.
Quindi… come si trova pace in mezzo a tutto questo?
Per me, la chiarezza è stata fondamentale. Capire davvero perché qualcosa conta mi dà una direzione. Mi riporta al quadro più grande, a quella spinta che va oltre il sentirsi assediata e mi tiene centrata.
E poi, il solito grande rimedio: la gratitudine.
Se ti concentri su quello che hai, anche il caos cambia forma.
L’ho provato di recente, a una riunione di famiglia. Tanta gente — persone che amo — in uno spazio piccolo. Rumore, caos, troppo. Di solito sarei scappata di sopra, ma questa volta sono rimasta. Mi sono fermata a guardare davvero: l’energia, le risate, la gioia. E in quel momento, breve ma pieno, ho capito che non volevo essere da nessun’altra parte.

PATRIZIA:
La sensibilità del poeta trasforma l’angoscia destata dalla parola assedio in riflessioni incentrate sul naturale attrito tra la nostra primordiale necessità di appartenere e sentirci utili, apprezzati e protetti nel grembo della comunità e il desiderio innato di indipendenza e libertà individuale.
I rapporti tra noi e gli altri, ci ricorda Whyte, devono quindi essere improntati alla moderazione. Trovare il “giusto mezzo” significa adottare una disciplina mentale tesa a soddisfare il bisogno di partecipare alle dinamiche sociali - che ci garantiscono non solo la sussistenza, ma il conseguimento di un’esistenza gratificante con e attraverso gli altri -senza tuttavia sentirci assediati dalle aspettative che derivano dai rapporti creati con noi stessi e con gli altri.
Riflettevo che spesso, la chiave per uscire di prigione, potrebbe risiedere nella capacità di delegare. Capisco che affidare e affidarci agli altri a volte non sia semplice: siamo restii a farlo perché motivati da un’illusoria forma di controllo, oppure dall’egotistico piacere che deriva dal sentirsi indispensabili o dall’intransigente convinzione che nessuno sappia fare le cose come le facciamo noi. E persistendo nel riempirci il piatto di mille impegni e responsabilità quotidiane, finiamo per sviluppare la sindrome di Atlas, un’afflizione che credo colpisca soprattutto le donne. Lavoro, figli, famiglia e amicizie, tutto in qualche modo viene sentito come un mondo che reggiamo interamente sulle nostre spalle. E più ci sobbarchiamo di impegni, più gli altri lasciano fare a noi, magari aggiungendo via via qualche peso in più, tanto siamo brave al multitasking.
Eppure, con il tempo, scopriamo che questa condizione porta all’esaurimento, all’esasperazione e persino a reazioni esplosive che ci stravolgono nel profondo cogliendo di sorpresa tutti: figli, partner, colleghi. È come se qualcosa all’improvviso si spezzasse dentro, facendo saltare tutto in aria.
E allora restiamo nel mezzo, per carità, per amore di noi stessi e degli altri, per preservare chi siamo veramente e per non doverci mai pentire di avere riguadagnato la libertà distruggendo, con la prigione, tutto ciò che di buono avevamo costruito.

BRUNELLA:
Whyte ci ricorda che sentirsi assediati è una dinamica costante della vita individuale sin dall’alba della coscienza umana e che nella vita non si può sfuggire agli impegni. Mi chiedo chi di noi non si è mai sentito assediato?
Sono le circostanze, gli eventi, la gente, gli impegni familiari e sociali e noi stessi a creare quel senso di assedio che ci fa desiderare il rifugio nei deserti. Ma allontanarsi da tutto e da tutti non è la giusta soluzione.
Quando ci sentiamo assaliti, sopraffatti dalla giostra della vita, dobbiamo seguire la strada che Whyte ci indica: dobbiamo crearci un’identità che possa vivere in mezzo a tutto senza sentirci annullati. Dobbiamo iniziare la giornata non con un elenco di cose da fare, bensì con un elenco di cose da non fare. Nello spazio del “disfare” e del “silenzio” vediamo con occhi nuovi noi stessi e il mondo che ci circonda.
Assediati o lasciati soli, ci sembrerà di vivere meglio all’incrocio tra solitudine irreparabile e irreparabile appartenenza. Siamo entrambe le cose e nessuna scelta è disponibile. Stare “nel mezzo” e starci bene è il saggio consiglio con cui Whyte ci consola.

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