Settimana 12: DISPERAZIONE

By 30-60-90

LAYLA:
«La disperazione ci accoglie quando non abbiamo più nessun altro posto dove andare…» così apre questo capitolo, e già dalle prime righe si capisce il tono di ciò che seguirà.
Vedere la disperazione come uno stato in cui lasciarsi andare, anziché evitarla, non è certo un’idea nuova. Negli ultimi anni ha guadagnato popolarità, ma non è ancora diventata parte del nostro modo di pensare comune.
Sembra quasi un controsenso pensare alla disperazione come a un’amica: un meccanismo di difesa necessario, un rifugio a cui ritirasi quando tutto sembra perduto.
Eppure, se ci sei mai stato, riconoscerai subito il paradosso.
C’è una strana serenità nella disperazione, un po’ come immergersi fino al fondo di una piscina: i rumori si affievoliscono, la vista si annebbia, il la base è solida — non c’è più nessun altro posto dove cadere — e tutto ciò che senti è il battito del tuo cuore.
Quanto è tentante volerci stabilire casa… ma restare lì significa morire.
Whyte dice: «La disperazione è una stagione, un’onda che attraversa il corpo, non una prigione che ci circonda». La chiave, sottolinea, è lasciarla scorrere, senza aggrapparsi alla sua illusione di sicurezza.
Quando sei nel mezzo della disperazione, è difficile immaginare che arriverà mai il giorno in cui potrai aprirti di nuovo al mondo. E ancora più difficile immaginare di volerlo davvero.
Eppure è esattamente quello che dobbiamo fare se vogliamo vivere più di una mezza vita. Per vivere più di un’esistenza smorta, scollegata, quasi invisibile.
Io ho conosciuto la cristallizzazione della disperazione, mi ci sono aggrappata finché non è diventata depressione. Sono rimasta lì a lungo. Sì, provavo poco dolore… ma anche poco di tutto il resto.
Far rientrare la vita è stato un viaggio lungo, rovente, spossante… eppure il più prezioso che io abbia mai intrapreso.

PATRIZIA:
Affrancando la disperazione dalla connotazione negativa che solitamente la accompagna, Whyte la descrive poeticamente come una tappa necessaria, un luogo in cui concediamo a mente e corpo un momento di tregua per riprendere fiato, prima che l'istinto ci spinga a rialzarci. Con un linguaggio psicologico altrettanto efficace, il professor Dan Gilbert dell’Università di Harvard aveva espresso un’idea simile: dopo eventi positivi o negativi, tendiamo a tornare al nostro basale di "felicità". Anche in casi particolarmente traumatici, come il lutto, si innesca in noi un "rebound" emotivo che ci solleva riportandoci, magari non proprio al punto di partenza, ma abbastanza vicino. Il merito, spiega, è della nostra innata resilienza e capacità di adattarci al cambiamento.
Whyte parla della disperazione come di un’esperienza da attraversare pienamente nel corpo per iniziare a guardarla come un passaggio ciclico e inevitabile, lasciando che segua il suo corso, senza trattenerla né scacciarla prematuramente.
Il mio dubbio è questo: siamo veramente in grado di avvertire intuitivamente quale sia la giusta durata di questo stato? E se ciò che sostiene Whyte è vero, ossia che possiamo "rifiutarci di disperare della disperazione stessa", allora la depressione che subentra quando perduriamo in questo stato emotivo diventa una scelta individuale?
La maggior parte di noi, io credo, riesce a superare bene lo stato di disperazione situazionale, ma per alcuni, tragicamente, il corpo non torna a "respirare da solo" spinto da una reazione fisiologica, né la mente perviene a una decisione consapevole di vivere la disperazione come sentimento passeggero. Spesso, e per molti, il tempo è il grande guaritore, ma non lo è sempre né per tutti. Spaventa doverlo ammettere, ma quando il "sistema immunitario psicologico" è gravemente compromesso, perdiamo il controllo delle nostre emozioni e ne diventiamo prigionieri senza scelta. Incapaci di riscrivere la narrazione del nostro passato, presente e futuro, affondiamo.

BRUNELLA:
Per Whyte, la disperazione è l’ultimo baluardo della speranza, una perdita d’orizzonte, un’astrazione dal corpo e un momentaneo scomparire per allontanare un dolore insopportabile. Quindi la disperazione ha un tempo perché non si trasformi in depressione e in disinteresse per la vita.
Io mi sono sentita disperata quando mi fu annunciata la morte inaspettata e prematura del più piccolo dei miei fratelli (a soli ventidue anni). Uno stato emotivo così profondo da procurarmi una vera crisi di disperazione: paralizzata, inebetita, scossa da un pianto irrefrenabile e senza via di fuga. Una reazione incontrollabile di torpore e annullamento, e poi il lento risveglio e la consapevolezza che la tua vita non sarebbe più tornata come prima.
Mia madre sopravvisse aggrappandosi agli altri sei figli; io trovai conforto dedicando tutta me stessa alla mia prima neonata di tre mesi.
Nella mia lunga vita ho dovuto dire addio a molte persone amate. Ogni perdita mi ha fatto soffrire molto e ha lasciato una ferita aperta, ma ho reagito con un sorprendente autocontrollo. Paradossalmente, quel dolore che sembra ucciderti ti rende più forte e coraggiosa.
Giustamente, Whyte dice che la disperazione è un rifugio, un’ultima protezione per allontanare la sofferenza che ci attanaglia, per “guarire”.

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