LAYLA:
Il modo migliore per affrontare il Diniego è simile a quello espresso per la Disperazione: dare al sentimento lo spazio per esprimersi e poi passare oltre. In fondo, il Diniego fa parte della vita, è un istinto umano che ci protegge quando la realtà ci colpisce in modo troppo brusco. Ma quando restiamo aggrappati a questo sentimento oltre la sua reale utilità, finisce per erodere invece di proteggere (anche se, sul momento, può essere rassicurante).
E questo è il punto: proprio perché ci fa sentire bene, è facile restarci dentro. Lo abitiamo, ci accomodiamo in questo sentimento e smettiamo di ascoltare la voce interiore che tenta di risvegliarci, di farci vedere che ci stiamo isolando, che non stiamo più vivendo nella realtà, ma in un santuario immaginario.
A essere sincera, non sono una persona che tende al Diniego in sé. Piuttosto alla fantasia e alla proiezione, che sono forme più sottili, più difficili da riconoscere. Ma il Diniego in sé per sé? No, preferisco sapere la verità, per quanto possa fare male. Voglio che mi colpisca una volta sola,in modo netto, diretto, senza ambiguità. E poi, da lì, posso iniziare a farci i conti.
Le esperienze dell’infanzia mi hanno insegnato che il diniego non è una via di fuga, ma un rinvio: il brutto della vita, prima o poi, ci raggiunge comunque. E più a lungo cerchiamo di sfuggire, più intenso sarà l’impatto quando finirà per raggiungerci.
Nella mia vita, il Diniego è sussistito per molto tempo in merito alla mia bisessualità. Ci sono voluti anni per accettarla davvero, per smettere di liquidarla come “una fase” e permetterle semplicemente di far parte del mio essere.
PATRIZIA:
Mi è piaciuto molto leggere il capitolo che Whyte dedica al Diniego, descritto come una dimensione 'sempre presente e inevitabile in una vita umana', 'crocevia tra la percezione e la prontezza.
Il diniego è lo scudo momentaneo che mi ha permesso di adattarmi gradualmente alla perdita dei miei cari che, se assorbita improvvisamente e nella sua interezza, avrebbe annientato mente e anima. Il diniego ha trovato in me il modo di coesistere con l'accettazione. Da vero amico, riaffiora quando sento più acuta la loro assenza e mi permette di credere, per un istante, che potrei vederli ancora sorridere se bussassi alla loro porta.
Il diniego nelle parole di Whyte è una 'pelle mutata', un sentimento che non deve essere nascosto con vergogna, ma lasciato in vista per dare conforto agli altri attraverso la condivisione di un’esperienza fortemente umana. Questa consolazione mi ha portato a rivisitare il diniego non come un cunicolo in cui ci si nasconde per debolezza, ma un’emozione misericordiosa il cui scopo è servire chi vive la vita in modo empatico e intenso.
BRUNELLA:
Tra tutti i nostri meccanismi di difesa, quello più complesso è il diniego, che implica il rifiuto involontario e automatico di accettare una realtà disturbante, destabilizzante.
Ho sempre pensato che sia stato il diniego a salvare mia madre quando le fu data la devastante notizia della prematura, inaspettata, inaccettabile morte del più giovane dei suoi figli. Un diniego durato per anni, il tempo necessario per poter interiorizzare quella perdita senza impazzire.
Io invece, in quell’occasione, attivai il meccanismo della negazione: pur essendo consapevole della morte di mio fratello, la negavo fantasticando che mio fratello fosse all’università di Siena e che un giorno sarebbe tornato a casa, e che avrei potuto riabbracciarlo.
Neither my mother nor I went to our beloved Franco’s funeral.
Tra diniego e negazione c’è una sottile differenza: il primo si attiva inconsciamente quando si rifiuta di riconoscere un aspetto doloroso della realtà; il secondo è un rifiuto consapevole che vede la realtà dolorosa ma la nega. Entrambi esprimono una difficoltà nella capacità di valutare correttamente la realtà.
Di fronte a fenomeni fortemente destabilizzanti, come durante il Covid-19 e i cambiamenti climatici, ecco comparire “i negazionisti”. L’angoscia causata dall’epidemia e la paura delle catastrofi climatiche, anche in questi casi, hanno attivato il diniego come meccanismo di difesa non solo individuale ma collettivo.
Whyte dice: “Il diniego è sempre presente, ed è persino bello quando è visto alla luce dei suoi poteri essenziali e misericordiosi, per cullare e confortare un’identità sino a quando è pronta a riprendere il cammino” e conclude: “Vivere nel diniego significa essere in ottima compagnia. Il diniego è l’incrocio tra la percezione e la prontezza. Negarlo è come invitare nelle nostre vite potenze che non siamo ancora pronti a incontrare.”

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